Io so i nome dei responsabili, e so i fatti di cui si sono macchiati. Ma non ho le prove. Però la ricostruzione della verità non è poi così difficile. E a chi compete fare questi nomi e raccontare questi fatti? A chi ha il coraggio, non è compromesso col potere e non ha niente da perdere. Perchè, come diceva Sant'Agostino: "la speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio; lo sdegno per le cose come sono, e il coraggio per cambiarle".
domenica 29 gennaio 2012
Viaggio nel campo di Auschwitz-Birkenau
da Il Fatto Quotidiano
Con i giovani per ridare dignità al ricordo
Insieme all'associazione "Terra del fuoco", abbiamo accompagnato un gruppo dei 3200 ragazzi che hanno visitato il ghetto di Cracovia e il campo di concentramento polacco.
Si parte dal blocco 5 dove ognuno prende una foto di un prigioniero che lo accompagnerà lungo tutto il tragitto fino al death block.
Ad Auschwitz sono stati uccise circa 1 milione e 300mila persone. Un milione e 100mila erano ebrei. Gli altri prigionieri sovietici, omosessuali, rom,
zingari, sinti, avversari politici, malati e criminali comuni. Insieme all’associazione “Terra del fuoco”, abbiamo accompagnato un gruppo dei 3200 ragazzi che hanno visitato il ghetto di Cracovia e il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz – Birkenau con i quattro “treni della memoria” partiti dall’Italia in occasione del 27 gennaio 2011, Giornata internazionale della memoria. “Uno dei favori più grandi che si potrebbe fare al nazismo è proprio cadere nell’ottica dei grandi numeri”, spiega Oliviero Alotto, presidente 28enne di “Terra del fuoco”. “Noi non potremmo mai ridare la vita a un milione di persone ma possiamo tentare di ridare loro un po’ di dignità. Si tratta proprio della prima cosa che i nazisti toglievano alla loro vittime, con la rasatura dei capelli, la tuta a righe, la sottrazione di ogni oggetto e diritto, la riduzione a un numero tatuato sul corpo”. Per questo la visita dei ragazzi all’enorme campo di Auschwitz inizia dal blocco numero 5, dove appese al muro ci sono centinaia di foto di prigionieri con sotto la data del loro arrivo al campo e della loro morte. Un arco temporale in media di tre mesi. Ad ogni ragazzo e ragazza viene chiesto di scegliere un prigioniero, di guardarne la foto e di annotarne il nome su un pezzetto di carta. Gli educatori dell’associazione invitano a vivere il resto della visita con gli occhi della persona scelta, di ricordarne il nome, di immaginarne il viso negli angoli innevati del campo.
Ecco allora che ognuno immagina l’uomo o la donna della fotografia negli enormi capannoni di legno adibiti
a dormitori, nelle latrine comuni senza scarico fognario, nelle piazze delle adunate che duravano anche 12 ore. E nei campi di lavoro. Per arrivare, alla fine, alle camere a gas e ai forni crematori. La visita è accompagnata da alcune letture di Primo Levi. Un passo sulla forca dove venivano giustiziati ed esibiti come monito i prigionieri “indisciplinati”, uno sul freddo che avvolgeva il campo senza tregua, uno sul senso delle parole, uno infine sul muro della morte. Fa freddo, la temperatura è di molto sotto lo zero,
la strada è gelata e ricoperta di neve. Ma come diceva Levi, per capire veramente il freddo bisogna averlo
provato davvero, e lui l’ha fatto dal 22 febbraio 1944 al 27 gennaio 1945. Nei primi capannoni c’è quello che
resta degli oggetti di cui venivano spogliati i prigionieri destinati alle camere a gas: una montagna di
occhiali da vista, una di pennelli da barba e spazzole, un’altra di protesi. Da lì si passa al blocco 11, il “death block”. È qui che i nazisti facevano gli esperimenti sul gas “Zyklon B”, il gas che verrà poi usato nelle camere di sterminio e in grado di uccidere una persone in massimo dieci minuti, quindici per i più resistenti. Ovviamente gli esperimenti venivano fatti sui prigionieri.
Scendendo nei sotterranei troviamo le celle di rigore, grandi circa 5 metri quadrati dove venivano rinchiusi
per giorni e giorni i prigionieri che si erano macchiati di qualche reato, come ad esempio la tentata evasione. È qui che è morto padre Massimiliano Maria Kolbe, il frate francescano polacco che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia nel bunker della fame. Mori il 14 agosto 1941. Dopo un paio d’ore si arriva nella più estesa Birkenau, un’enorme distesa con 300 baracche in legno che poteva ospitare oltre 100mila prigionieri alla volta. Qui il treno arriva direttamente nel centro del campo, dove i deportati venivano fatti scendere e divisi per categorie e stato di salute. Chi era giudicato “non abile al lavoro” veniva mandato subito nella camere a gas. Con i ragazzi attraversiamo le quattro parti del campo: le due più grandi sono destinate agli uomini da una parte e alle donne dall’altra. Poi c’è il settore dei malati messi in quarantena e infine un angolo destinato agli zingari. C’è anche il cosiddetto “Canada”, l’angolo del campo privato delle SS, dove alcol e prostitute per i gerarchi non mancavano mai. Qualche ragazzo non ce la fa più, non se la sente più di entrare nei blocchi, di vedere i letti a cassettoni, le latrine, le pareti graffiate, il filo spinato ovunque. Il campo è enorme, innevato, paradossalmente candido.
Ma la foto dell’uomo o della donna conosciuto all’inizio della visita è sempre lì, davanti gli occhi, non esce
più dalla mente. “In Italia c’è una grande cultura sulla resistenza e la deportazione, il passaggio adesso più
importante è passare dalla conoscenza alla comprensione che tutto questo sia successo davvero”, spiega Oliviero Alotto. Non parla più nessuno. In un vortice di sofferenza ci avviciniamo alle camere a gas, in fondo al campo di Birkenau. Alcune costruzioni sono crollate, ma non tutte. Entriamo nella più vicina, ben conservata, di mattoni scuri, dentro fa meno freddo. Una scritta invita al silenzio “in onore di chi qui ha ha perso la vita”. Le stanze del gas sono enormi, grigie, scure. Sul soffitto ci sono i bocchettoni dai quali usciva il gas. Adesso sono chiusi. Qualcuno preferisce uscire. Attraverso una stretta porta si arriva alle stanze dei forni. Sono grandi strutture, anch’esse di mattoni con gli sportelloni in ferro. Dei binari in acciaio aiutavano a buttarci i corpi dei cadaveri. Ad azionarli, ci spiegano, erano dei prigionieri ebrei, non i tedeschi. Uomini
costretti a buttare nelle fiamme i propri fratelli. Usciamo, fa freddo, ma si torna a respirare. Passiamo davanti al monumento della memoria di tutte le vittime dei fascismi dove si sta allestendo la cerimonia ufficiale di commemorazione. Qui apprendiamo che è venuto a mancare Kazimierz Smolen, sopravvissuto polacco del campo e anziano ex direttore del museo di Auschwitz. Smolen era tra i 7000 prigionieri che le truppe sovietiche trovarono ancora nel campo quando lo liberarono il 27 gennaio 1945. Numero di matricola 1327. La visita si conclude alla cosiddetta “sauna”, l’ingresso posteriore del campo dove i deportati, una volta scesi dal treno, venivano spogliati, privati di tutti i loro averi (che venivano appunto sterilizzati nella “sauna”) e rasati. In fondo due muri ricoperti di fotografie, ma molto diverse da quelle della mattina. Ritraggono scene di vita quotidiana di donne, uomini, anziani e bambini. Sono felici, liberi, ridono. Sono le fotografie trovate nelle valigie dei deportati, prima che diventassero dei numeri, prima di perdere tutto. Qui alcuni attori teatrali dell’associazione “Terra del fuoco” imbastiscono uno spettacolo per parlare della vita del campo, della quotidiana e folle disperazione dei prigionieri di Auschwitz. “È difficile, ma il nostro vuole essere un percorso educativo, vogliamo contribuire a costruire un cittadino più responsabile del domani”, spiega Alotto. “Da domani passiamo dalla memoria all’impegno per evitare il crearsi di quella che viene chiamata la “zona grigia” e di cui Primo Levi ha così bene tratteggiato i contorni nel libro ‘I sommersi e i salvati’. Al tempo del nazismo non c’erano solo vittime e carnefici, ma un substrato di un certo tipo di cultura che ha reso possibile le atrocità di Auschwitz e il diffondersi del virus del nazifascimo”.
“Per questo proponiamo ai ragazzi di trasformare il pugno nello stomaco che provoca la visita ad un campo di sterminio in coscienza civica perché non capiti più”.
domenica 22 gennaio 2012
Liberalizzazioni sul risarcimento diretto - Assicurazioni
Sulle assicurazioni il dl liberalizzazioni: a) sopprime il secondo periodo dell'art. 149 del codice delle assicurazioni private, eliminando la procedura del risarcimento diretto del danno subito dal conducente non responsabile; b) modifica talune disposizioni del codice delle assicurazioni private, introducendo il criterio dell'efficienza produttiva e del controllo dei costi nel sistema di risarcimento diretto; c) riduce del 30% l'ammontare del risarcimento per equivalente, qualora questo sia accompagnato da idonea garanzia, in relazione alle riparazioni eseguite, fatte di validita' non inferiore a due anni. Sulla repressione delle frodi la disposizione introduce l'obbligo, a carico delle imprese assicuratrici autorizzate ad esercitare il ramo responsabilita' civile, a trasmettere a cadenza annuale una relazione all'ISVAP, recante informazioni dettagliate sul numero dei sinistri per i quali si e' ritenuto di svolgere approfondimenti in relazione al rischio di frodi, oltre ad altre informazioni che pongano l'organo di controllo in grado di valutare l'adeguatezza dell'organizzazione aziendale e dei sistemi di liquidazione dei sinistri nell'ottica di contrasto alle frodi. Ispezioni del veicolo, scatola nera, attestato di rischio, liquidazione dei danni. Mediante modifiche agli articoli 132, 134 e 148 del codice delle assicurazioni private, il complesso delle disposizioni recate dall'articolo tende a rendere piu' rigido il sistema di accertamento e liquidazione dei danni derivanti dalla circolazione dei veicoli, nella prospettiva, altresi', di potenziare il sistema dei controlli antifrode e di ridurre, in generale, l'entita' della spesa nel relativo settore.
Sanzioni per frodi nell'attestazione delle invalidita' derivanti da incidenti. L'articolo interviene sulla materia delle false certificazioni relative agli stati di invalidita' conseguenti ad incidenti stradali, da cui derivi l'obbligo del risarcimento del danno a carico delle societa' assicuratrici, disponendo che agli esercenti una professione sanitaria, che accertino falsamente un'invalidita', si applicano, oltre che le pene previste al comma 1 dell'art. 55-quinquies, del d.lgs. 30 marzo 2001, n, 165, anche le sanzioni disciplinari di cui al comma 3 dello stesso articolo. Le disposizioni sono estese ai periti assicurativi, in presenza delle medesime fattispecie.
Obbligo di confronto delle tariffe r.c. Auto. L'articolo vieta alle compagnie assicurative la distribuzione dei prodotti o servizi ai clienti finali, disponendo, nel contempo, che i distributori offrano ai clienti prodotti e servizi assicurativi di piu' compagnie. Previste sanzioni per le compagnie assicurative che limitano, di fatto o con previsioni contrattuali, la liberta' dell'agente nell'offrire servizi e prodotti ritenuti piu' adeguati. (AGI)
sabato 21 gennaio 2012
Geniale e incredibile: Groupon
Dopo Groupon, la valanga
di Alessandro Longo
Il fenomeno degli acquisti di gruppo on line è solo all'inizio. Perché mescola
la forza dei network sociali con la potenza della geolocalizzazione.
E' un ragazzotto di 29 anni di Pittsburgh l'inventore del modello di business che sta rivoluzionando il mondo del commercio e della pubblicità: Andrew Mason. Ora
telelavora da un paesino ucraino dove vive con la futura sposa. La sua azienda, Groupon, ha già ricevuto più di un miliardo di dollari in finanziamenti privati. La rivista "Fast Company" l'ha messa al quinto posto tra le aziende più innovative del 2011, in una classifica dominata da Apple e dove Google è solo sesta. "La formula di Groupon, ora imitata da 500 aziende nel mondo, anche italiane, è
rivoluzionaria perché mescola il commercio elettronico con quello tradizionale, legato al territorio", spiega Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano. Infatti l'utente si iscrive (gratis) a un sito dopodiché deve indicare la propria città: è così che comincia a ricevere, via Internet, promozioni ad hoc, provenienti da esercenti locali che aderiscono all'iniziativa. Le offerte durano per un tempo limitato e valgono solo se viene raggiunto un numero
sufficiente di acquirenti. Grazie alla formula dei gruppi di acquisto i siti di social commerce promettono uno sconto fino al 70 per cento rispetto ai normali prezzi di listino. Dov'è il business? Gli esercenti girano a Groupon una royalty sugli acquisti, di
solito il 50 per cento. "In sostanza fanno una scelta che ribalta il modello
promozionale tipico", spiega Liscia. "Invece di investire in pubblicità, rinunciano a una parte del guadagno, dovendo sia fare uno sconto all'utente sia dare una royalty a Groupon. Trasformano così un costo iniziale e fisso - quello della pubblicità - in
uno proporzionale al successo dell'iniziativa. La quale ha anche il vantaggio di essere più trascinante e mirata rispetto alla pubblicità tradizionale". Il mito di Groupon racconta di ristoranti che hanno dovuto staccare il telefono. E centri di bellezza presi d'assalto da clienti pronte a provare quel trattamento anti-cellulite offerto a prezzi stracciati. Ma anche utenti infuriati perché avevano
comprato un coupon da 50 euro, che dava diritto a 120 euro per una cena
romantica, salvo poi scoprire che per usarlo in quel ristorante molto chic dovevano spendere altri cento euro in vini, più la mancia. Come che sia, il modello funziona e Google ha persino provato a comprare Groupon per 6 miliardi di dollari. Ma Mason ha detto "no, grazie" e ha continuato i preparativi per le nozze con la fidanzata ucraina, che pare saranno in una ghost town americana rimessa a nuovo per l'occasione. La sua idea ha fatto scuola: "Quella a cui stiamo assistendo è solo l'alba di un fenomeno che avrà grandi sviluppi. Anche in Italia e soprattutto sui cellulari", dice Liscia. A questi ha già pensato Glamoo, un'azienda inglese fondata e diretta
da italiani: "Il nostro è un modello diverso da Groupon. Siamo i primi ad affiliare anche boutique della moda, oltre ai ristoranti. L'utente accede gratis alle offerte scontate via sito Web, mentre paga da 3 a 10 euro per averle su cellulare", spiega Alessandro Santamaria, country manager di Glamoo, che chiede una royalty del 30
per cento. Ha 700 mila utenti. Si distingue anche l'italiana Pointix, che si concentra su città minori (mentre
Groupon opera soprattutto sulle maggiori). Lo scenario futuro è facile da prevedere: "Ci ritroveremo di notte in piena campagna e cercheremo su cellulare il super sconto per un alloggio. E poi, con gli stessi strumenti, racconteremo ad altri utenti Internet se è stata una bella esperienza", dice Liscia. Di questo passo, chissà se
tra qualche anno ci sarà ancora qualche esercente interessato a comprare la solita pubblicità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
di Alessandro Longo
Il fenomeno degli acquisti di gruppo on line è solo all'inizio. Perché mescola
la forza dei network sociali con la potenza della geolocalizzazione.
E' un ragazzotto di 29 anni di Pittsburgh l'inventore del modello di business che sta rivoluzionando il mondo del commercio e della pubblicità: Andrew Mason. Ora
telelavora da un paesino ucraino dove vive con la futura sposa. La sua azienda, Groupon, ha già ricevuto più di un miliardo di dollari in finanziamenti privati. La rivista "Fast Company" l'ha messa al quinto posto tra le aziende più innovative del 2011, in una classifica dominata da Apple e dove Google è solo sesta. "La formula di Groupon, ora imitata da 500 aziende nel mondo, anche italiane, è
rivoluzionaria perché mescola il commercio elettronico con quello tradizionale, legato al territorio", spiega Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano. Infatti l'utente si iscrive (gratis) a un sito dopodiché deve indicare la propria città: è così che comincia a ricevere, via Internet, promozioni ad hoc, provenienti da esercenti locali che aderiscono all'iniziativa. Le offerte durano per un tempo limitato e valgono solo se viene raggiunto un numero
sufficiente di acquirenti. Grazie alla formula dei gruppi di acquisto i siti di social commerce promettono uno sconto fino al 70 per cento rispetto ai normali prezzi di listino. Dov'è il business? Gli esercenti girano a Groupon una royalty sugli acquisti, di
solito il 50 per cento. "In sostanza fanno una scelta che ribalta il modello
promozionale tipico", spiega Liscia. "Invece di investire in pubblicità, rinunciano a una parte del guadagno, dovendo sia fare uno sconto all'utente sia dare una royalty a Groupon. Trasformano così un costo iniziale e fisso - quello della pubblicità - in
uno proporzionale al successo dell'iniziativa. La quale ha anche il vantaggio di essere più trascinante e mirata rispetto alla pubblicità tradizionale". Il mito di Groupon racconta di ristoranti che hanno dovuto staccare il telefono. E centri di bellezza presi d'assalto da clienti pronte a provare quel trattamento anti-cellulite offerto a prezzi stracciati. Ma anche utenti infuriati perché avevano
comprato un coupon da 50 euro, che dava diritto a 120 euro per una cena
romantica, salvo poi scoprire che per usarlo in quel ristorante molto chic dovevano spendere altri cento euro in vini, più la mancia. Come che sia, il modello funziona e Google ha persino provato a comprare Groupon per 6 miliardi di dollari. Ma Mason ha detto "no, grazie" e ha continuato i preparativi per le nozze con la fidanzata ucraina, che pare saranno in una ghost town americana rimessa a nuovo per l'occasione. La sua idea ha fatto scuola: "Quella a cui stiamo assistendo è solo l'alba di un fenomeno che avrà grandi sviluppi. Anche in Italia e soprattutto sui cellulari", dice Liscia. A questi ha già pensato Glamoo, un'azienda inglese fondata e diretta
da italiani: "Il nostro è un modello diverso da Groupon. Siamo i primi ad affiliare anche boutique della moda, oltre ai ristoranti. L'utente accede gratis alle offerte scontate via sito Web, mentre paga da 3 a 10 euro per averle su cellulare", spiega Alessandro Santamaria, country manager di Glamoo, che chiede una royalty del 30
per cento. Ha 700 mila utenti. Si distingue anche l'italiana Pointix, che si concentra su città minori (mentre
Groupon opera soprattutto sulle maggiori). Lo scenario futuro è facile da prevedere: "Ci ritroveremo di notte in piena campagna e cercheremo su cellulare il super sconto per un alloggio. E poi, con gli stessi strumenti, racconteremo ad altri utenti Internet se è stata una bella esperienza", dice Liscia. Di questo passo, chissà se
tra qualche anno ci sarà ancora qualche esercente interessato a comprare la solita pubblicità.
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sabato 14 gennaio 2012
Chomsky: le esportazioni cinesi
Chomsky: il progresso economico cinese ha poco a che vedere con la globalizzazione, deriva più che altro dal commercio e dalle esportazioni.
La Cina, a poco a poco, è diventata un grande Paese esportatore e nessuno, me compreso, può essere contrario alle esportazioni: ma questa non è la globalizzazione. La Cina è diventata lo stabilimento industriale del sistema produttivo del Nord Est asiatico. Se si guarda all’intera regione, la si troverà molto dinamica. Il volume di esportazioni cinese è senz’altro enorme, ma qualcosa ci sfugge: l’export cinese dipende fortemente, a sua volta, dalle esportazioni di Giappone, Corea e Stati Uniti. Questi paesi forniscono alla Cina i componenti e le tecnologie high-tech e quest’ultima ne fa semplicemente l’assemblaggio, etichettando il prodotto finale come “Made in China”.
La Cina, a poco a poco, è diventata un grande Paese esportatore e nessuno, me compreso, può essere contrario alle esportazioni: ma questa non è la globalizzazione. La Cina è diventata lo stabilimento industriale del sistema produttivo del Nord Est asiatico. Se si guarda all’intera regione, la si troverà molto dinamica. Il volume di esportazioni cinese è senz’altro enorme, ma qualcosa ci sfugge: l’export cinese dipende fortemente, a sua volta, dalle esportazioni di Giappone, Corea e Stati Uniti. Questi paesi forniscono alla Cina i componenti e le tecnologie high-tech e quest’ultima ne fa semplicemente l’assemblaggio, etichettando il prodotto finale come “Made in China”.
mercoledì 11 gennaio 2012
2012: L anno della cooperazione
Tutti per uno, uno per tutti! Il motto dei Tre Moschettieri di Alexandre Dumas si attaglia alla perfezione alla decisione delle Nazioni Unite di dichiarare il 2012 anno internazionale delle cooperative. Un modo per sottolineare il contributo di queste organizzazioni allo sviluppo socio-economico di un mondo alla ricerca di modelli di business alternativi. Se in natura la cooperazione favorisce la sopravvivenza di molte specie (basti pensare alle colonie d'insetti, ai banchi di pesci o agli stormi di uccelli), negli ultimi decenni l'uomo ha privilegiato il principio opposto – quello della competizione – rienendo che fosse lo strumento più efficace per il progresso umano. Nel 2012 le Nazioni Unite sperano di riuscire a ribilanciare una situazione fortemente squilibrata: “Le cooperative dimostrano alla comunità internazionale come si possa essere allo stesso tempo economicamente vitali e socialmente responsabili” ha dichiarato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. In particolare, il focus è sull'impatto positivo in termini di riduzione della povertà, generazione di posti di lavoro e integrazione sociale. La crisi finanziaria, la crescita delle diseguaglianze, fame e povertà hanno fatto crescere nel mondo lo scetticismo sulle ricette liberiste e sull'individualismo sfrenato del turbo capitalismo degli ultimi decenni. Scetticismo che cresce al crescere del potere economico del Sud e dell'Est del mondo. La gente cerca nuovi modi di fare business che coinvolgano e portino benefici ai poveri quanto ai benestanti. Non devono guardare lontano: sta già accadendo e su larga scala. Oltre un miliardo di persone nel mondo si sono associate in cooperative e queste imprese hanno migliorato il livello di vita di tre miliardi di persone secondo i dati forniti dall International Cooperative Alliance (ICA). Nel 2009 in Brasile le cooperative rappresentavano già il 37,2% del prodotto interno lordo del settore agricolo e il 5,4% del Pil totale. In Germania 8.106 cooperative danno lavoro a 440mila persone. In canada quattro cittadini su dieci sono membri di almeno una cooperativa. In India vi sono oltre 15.500 cooperative del latte sparse sul territorio alle quali aderiscono i piccoli allevatori che possono così beneficiare di una struttura comune ed efficiente di trasformazione e commercializzazione del prodotto. I benefici finanziari vengono spesso reinvestiti nelle comunità locali e questo rappresenta un tratto distintivo del modello cooperativo rispetto a quello capitalistico, dove i profitti generati localmente vengono incamerati da sconosciuti e lontanissimi azionisti. Secondo i dati dell'ICA, negli ultimi anni in Costa d'Avorio le cooperative hanno investito 26 milioni di dollari in scuole, rete viaria rurale e cliniche ostetriche. In Burkina Faso l'ambientalista francese Olivier Behra promuove la produzione di burro biologico da parte delle cooperative locali anche in funzione della protezione dell'ambiente e dell'ecosistema: “Nel momento in cui la gente può vivere vendendo i propri prodotti, inizia a proteggere anche l'ambiente e il territorio”, dice Behra. Ma le cooperative possono rappresentare una concreta alternativa per le economie malconcie e indebitate dei Paesi industrializzati? In effetti, in molti Paesi occidentali tra cui la Gran Bretagna le cooperative sono già oggi una forte realtà economica e il numero degli start-up di cooperative in settori quali le energie rinnovabili e la produzione alimentare è in forte crescita nonostante la recessione.
martedì 10 gennaio 2012
Mai dire capitalismo!
Il capitalismo è brutto, vecchio come un abito logorato che ormai ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonato e dimenticato in un armadio.
E’ questo il pensiero dei giovani americani – specie di coloro che in questi mesi hanno partecipato al movimento “Occupy Wall Street” – registrato dal sondaggio realizzato dalPew Research Center e pubblicato mercoledì scorso. Il risultato del sondaggio, che viene effettuato ogni anno e che mira a conoscere gli orientamenti politici dei cittadini americani, ha sorpreso molti analisti politici. In tanti si aspettavano, infatti, un atteggiamento critico nei confronti dell’attuale amministrazione, ma quasi nessuno era pronto a scommettere sulladiffusione degli ideali socialisti tra gli americani. Eppure, i dati della ricerca ci rivelano che il 49% dei giovani americani, tra i 18 e i 29 anni, è “fan” del socialismo, mentre soltanto il 43% si dichiara contrario. Il risultato è ancor più sorprendente se si considera che soltanto venti mesi fa la situazione era completamente rovesciata, vale a dire che soltanto il 43% dei giovani americani era favorevole al socialismo e il 46% era contrario. Il Pew Research Center classifica inoltre i suoi risultati dividendo la popolazione per età, razza, reddito e appartenenza politica. E così si scopre che la maggior parte dei “fan” del socialismo si trovano tra la popolazione nera e i simpatizzanti del partito democratico: cioè il 55% dei neri e il 59% dei democratici si dichiarano a favore del socialismo. I risultati di questa ricerca giustificano bene le paure diFrank Luntz, il guru della comunicazione politica del partito repubblicano, il quale soltanto poche settimane fa si dichiarava terrorizzato dalla crescita della popolarità del movimento “Occupy Wall Street”: “Sono spaventato a morte dall’impatto che il movimento “Occupy Wall Street” sta avendo sul modo in cui gli americani vedono il capitalismo”. Luntz sta ora girando in lungo e in largo gli Stati Uniti per insegnare ai membri del partito repubblicano la nuova strategia comunicativa, che egli stesso sintetizza in 10 raccomandazioni:
1.Mai usare la parola “capitalismo”. Al suo posto Luntz consiglia l’uso di altre espressioni: “libertà economica” o “libero mercato”;
2.Mai dire che il governo “tassa i ricchi”. Secondo Luntz, infatti, occorre affermare che il governo “prende dai ricchi”;
3.Mai dire “classe media”. Il termine adatto da utilizzare sarebbe “lavoratori contribuenti”;
4.Mai dire “lavoro”. La parola giusta per la sostituzione sarebbe “carriera”;
5.Mai dire “spesa pubblica”. Al suo posto Luntz consiglia la parola “spreco”;
6.Mai dire che si desidera raggiungere un “compromesso”. Sarebbe un chiaro segno di debolezza, secondo Luntz, perciò egli ordina la sua sostituzione con il termine “cooperazione”;
7.La parola chiave da dire a un membro del movimento “Occupy Wall Street”, secondo Luntz, è: “Capisco” (“Capisco che sei arrabbiato. Capisco che hai visto l’ineguaglianza. Capisco che vuoi migliorare il sistema”);
8.Mai dire “imprenditore”. Meglio usare le espressioni: “datore di lavoro” o “creatore di lavoro”.
9.Mai chiedere a qualcuno di “sacrificarsi”. Meglio dire che “siamo tutti sulla stessa barca. Possiamo avere successo o possiamo fallire insieme”.
10.Attribuire sempre la colpa a Washington.
Luntz la sa lunga e sa fiutare il pericolo prima di tanti altri, ma egli appare poco più che una “giovane marmotta” se paragonato ai “guru comunicativi” di casa nostra. Il riferimento è a quelli che definiscono “assoluzione” una semplice prescrizione, a quelli che parlano di “patto tra generazioni” per nascondere il più grande allargamento dello sfruttamento e della precarietà per tutti, padri e figli, a coloro che si riempiono la bocca con espressioni tipo “progetto fabbrica Italia” soltanto per cancellare il fatto che le fabbriche le stanno pian piano chiudendo tutte, che usano la parola “riforma” per promuovere le più feroci controriforme… e così via. Dinanzi a tale generale tendenza al rovesciamento di senso vengono in mente le parole di Guy Debord che, non molto tempo fa, affermava lungimirante: “Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale“. Cioè ora “non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo“.
Riformiamo quegli Ordini
La concorrenza migliora la qualità del servizio (al contrario di quello che si sente dai rappresentanti di categoria, sempre attenti alla "qualità" del servizio da non "svendere".
Riformiamo quegli Ordini
di Alessandro De Nicola - L'Espresso
Le categorie professionali si oppongono a qualsiasi cambiamento. Una difesa delle proprie prerogative che dimentica la rivoluzione in atto nei servizi intellettuali. E rinuncia a guidare la modernizzazione.
Nel Belpaese si ha l'impressione che le professioni intellettuali tradizionali siano da tempo arroccate nella difesa delle loro prerogative e che anzi, complice la crisi, chiedano che vengano estese anche a loro nuove protezioni. La "modernizzazione" del settore è vista dai rappresentanti degli ordini professionali tutt'al più come implicante maggiori obblighi di formazione professionale ma niente più, tant'è che, appena prima della legge di stabilità (che impone entro 12 mesi una radicale ristrutturazione degli Ordini professionali), stavano procedendo di buona lena in Parlamento vari provvedimenti restrittivi: la riforma dell'Ordine dei giornalisti che restringeva le possibilità di accesso, l'istituzione di nuovi Albi (tra cui quello degli igienisti dentali, professione che schiude le porte a luminose carriere in altri campi) e la modifica dell'ordinamento forense che mirava a reintrodurre le tariffe professionali inderogabili e una serie di limitazioni, guarentigie, divieti che andavano in senso contrario alla liberalizzazione del settore. I professionisti sono una lobby ben organizzata (basti pensare che circa il 40 per cento dei parlamentari appartiene a una categoria professionale) e vocale.
Nonostante il problema della concorrenza e dell'efficienza del mercato dei servizi professionali (che rappresentano un fatturato di 200 miliardi di euro) si ponga ormai dal 1997, quando l'Autorità antitrust pubblicò la prima indagine conoscitiva sul tema (e nel 2003 l'allora commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, ricordasse: "Non credo che gli ordini dovrebbero essere coinvolti nella sfera economica dei professionisti, dettando regole sul comportamento nel mercato dei loro iscritti, come per esempio fissando le tariffe o vietando la pubblicità"), l'unico vero scossone si ebbe con il decreto Bersani che abolì i minimi tariffari, introdusse il patto di quota lite e diede via libera alle parafarmacie. Poi più niente, se non un gioco di interdizione degli Ordini che hanno cercato di limitare la portata della riforma. Orbene, ormai gli studi sul settore sono numerosi: quelli della Banca di Italia hanno evidenziato che i servizi professionali nei Paesi meno regolamentati contribuiscono a una maggior crescita del Pil (una media dello 0,8 per cento in più) e la concorrenza migliora la qualità del servizio (al contrario di quello che si sente dai rappresentanti di categoria, sempre attenti alla "qualità" del servizio da non "svendere"); l'Antitrust o, da ultimo, la Fondazione Debenedetti, mostrano un certo nepotismo e una completa casualità nell'accesso (in alcuni capoluoghi i promossi
all'esame di Stato sono il 90 per cento, in altri meno del 10), nonché una scarsa propensione degli Ordini a disciplinare gli iscritti (propensione che non è aumentata dopo la Bersani, segno che l'abolizione delle tariffe non ha inciso sulla qualità...). Inoltre, le professioni si stanno rivoluzionando: sempre di più nel mondo agiranno società di capitali (ammesse anche dalla legge di stabilità) per fornire a basso costo e su base globale servizi ora pagati con parcelle "dignitose". L'asimmetria informativa caratteristica delle prestazione professionale (il cliente non è in grado di giudicare la bontà di ciò che si riceve), grazie a Internet, al rafforzamento delle strutture interne delle aziende e all'attivismo delle associazioni dei consumatori si sta riducendo. Sempre più l'outsourcing verso giurisdizioni (o regioni all'interno dello stesso Paese) più convenienti, tecnologia ed innovazione sia nei servizi che nel metodo di parcellazione (i clienti pretendono ora di associare il professionista al proprio rischio imprenditoriale) saranno per il mondo professionale la formula per creare valore aggiunto e crescere o quantomeno non essere spazzati via. Se questo è vero, invece che organizzare anacronistiche astensioni dalle udienze ed emettere indignati comunicati contro la mercificazione delle arti liberali, i professionisti dovrebbero cogliere al volo le opportunità della liberalizzazione e, per una volta, guidare il processo di cambiamento invece che esserci trascinati dentro, impreparati e subalterni.
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