giovedì 29 dicembre 2011

Effetto serra, basta con le bugie


di Mark Hertsgaard

La destra americana sta lanciando una grande campagna negazionista sul riscaldamento globale prodotto dall'inquinamento. Ma qui non siamo nelle opinioni, siamo nella scienza. E questi si comportano oggi come fece la Chiesa con Galileo.

Il Partito Repubblicano americano impiegherà lo stesso tempo che ha impiegato la Chiesa Cattolica Romana ad accettare le moderne scoperte scientifiche? La Chiesa ha atteso 359 anni prima di ammettere che Galileo era nel giusto: la terra si muove attorno al sole. Ed è solo nel 1992 che il Vaticano ha revocato ufficialmente la sua condanna nei confronti di colui che Albert Einstein definì padre della scienza moderna.
Oggi persino i bambini sanno che la terra gira attorno al sole, ma la Chiesa bollò questa teoria come eretica nel XVII secolo. Galileo si rifiutò di abbandonare le sue convinzioni e l'Inquisizione lo processò nel 1633. Costretto a ritrattare di fronte alla pena di morte, egli venne comunque condannato a passare gli ultimi otto anni della sua vita agli arresti domiciliari.

La nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti è ora pronta a sferrare un attacco contro i discendenti scientifici di Galileo. Rifiutare la scienza climatica ufficiale è stata un'occupazione comune per i candidati repubblicani durante le elezioni del Congresso del 2010: nessuno di loro sembrava accettare la responsabilità umana all'interno del pericoloso cambiamento climatico causato dai gas serra. I repubblicani hanno addirittura suggerito l'idea di mettere in discussione la scienza ufficiale durante le sedute congressuali di quest'anno (2011).

Dopo la riluttante ritrattazione, la leggenda vuole che Galileo abbia borbottato "Eppur si muove". In altre parole, la censura e la repressione non potevano certo cambiare l'evento fisico: la terra si muove attorno al sole - che la Chiesa concordi o meno.
La situazione attuale sembra essere simile: la scienza moderna ha dimostrato in modo definitivo che l'uomo sta surriscaldando il pianeta, che i repubblicani vogliano crederlo oppure no. Qualunque organizzazione scientifica di rilievo nel mondo (incluse l'americana National Academy of Sciences e i suoi omologhi in altri 18 paesi industrializzati) ha affermato che il cambiamento climatico prodotto dall'uomo è reale ed estremamente rischioso.
Ciò non è certo desumibile dai discorsi ufficiali, né dalle inchieste promosse da Washington. Nei 18 mesi passati i media hanno considerato i negazionisti del clima come semplici sostenitori di un'opinione differente all'interno di una questione politica molto dibattuta. Sostenitori di un'opinione che, dunque, potrebbe anche essere giusta.
Tutto questo non è che un fallimento giornalistico vergognoso, radicato nell'ignoranza scientifica e nella credulità politica. Il cambiamento climatico non si muove di certo nel territorio delle opinioni - non è una questione simile al problema del debito pubblico o alla riforma dell'immigrazione. Stiamo parlando di una realtà fisica dimostrabile, supportata dalla vasta maggioranza del mondo scientifico.
I negazionisti del clima hanno tenuto in ostaggio la politica ambientale americana (e del mondo) per vent'anni. Bloccando le riduzioni di emissioni a Washington, essi hanno fornito alla Cina e agli altri produttori di gas serra la scusa perfetta per non intervenire. Di conseguenza, hanno condannato i giovani della Generation Hot - i due miliardi di ragazzi nati in tutto il mondo da quando lo scienziato Nasa James Hansen nel 1988 ha messo in guardia sull'inizio del riscaldamento globale - a convivere con il clima più rovente della storia della civiltà.

Non ha senso tentare di modificare la mente dei negazionisti climatici: essi non riconosceranno la responsabilità umana in questo processo più di quanto il Vaticano del XVII secolo abbia ammesso che la Bibbia poteva non essere letteralmente vera. Il resto di noi, comunque, può cambiare il modo di rapportarsi a queste persone. I media e la classe politica di Washington avrebbero dovuto smettere di prenderli seriamente molto tempo fa. I negazionisti, infatti, dovrebbero essere chiamati a rispondere dei danni terribili che hanno contribuito a innescare. Dovremmo impedire loro di sabotare ulteriormente la nostra risposta collettiva alla crisi climatica. A differenza del Vaticano, non possiamo permetterci di attendere 359 anni per credere alla scienza moderna.

Il commento di un geologo:
"Mi dispiace, ma non concordo. La mia opinione è che, mentre è un dato di fatto il riscaldamento degli oceani e lo scioglimento dei ghiacci - peraltro confermato solo nell'emisfero boreale - non vi è ancora una prova della responsabilità dell'uomo nel provocare questo fenomeno. Io ragiono da geologo: se è successo nel passato, succederà ancora. Se nel passato della vita della Terra ci sono stati periodi molto più caldi del momento che stiamo vivendo, quando non esistevano le industrie e non si bruciavano le risorse energetiche fossili, è possibile che questi periodi climatici, definibili interglaciali caldi, possano ritornare a manifestarsi. Le cause è molto probabile risiedano nei moti millenari della Terra (precessione lunisolare, eccentricità dell'orbita, inclinazione dell'asse di rotazione). Questo non giustifica l'inquinamento da gas (non solo serra) e lo sfruttamento delle risorse: ma le cause del riscaldamento non risiedono solo nella percentuale di CO2 rapidamente aumentata".

domenica 25 dicembre 2011

Giorgio Bocca: Il Migliore !!!

Anche se oggi é Natale, non puó non venirti un groppo in gola, quando apri Twitter sull' IPhone per leggere le notizie e ti trovi davanti a questa frase: "É morto Giorgio Bocca". Subito pensi ad un bufala, poi cominci a sperare che non sia vero, poi, quando realizzi, vorresti sbattere i pugni forte contro il muro!!!! Lo consideravo il miglior giornalista d'Italia (per non dire il miglior uomo d'Italia), in assoluto, al primo posto da solo, senza dividere il merito con nessuno. Nessuno é stato mai alla Sua altezza. É una di quelle persone a cui avresti voluto stringere forte la mano per fargli sentire tutto il tuo "GRAZIE". Come per Sandro Pertini, Giovanni Paolo II, Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Giorgio Perlasca, Enrico Berlinguer, vorresti fermare il tempo e chiedere pietosamente: "lasciacelo un altro pó, per piacere".
Come faró, da domani, a non poter piú leggere i Suoi articoli su L'Espresso, per me era diventata una stupenda routine, se sapevo che Lui aveva scritto un nuovo articolo, fermavo tutto e andavo a leggerlo tutto d'un fiato. Mi riempiva di tale soddisfazione sapere che c'era uno che la penava esattamente come te, che ti sentivi meno solo a volte, meno circondato dalla cialtroneria, dalla cattiva furbizia, dalla falsitá.
Sono contento di una cosa peró: é riuscito a vedere la caduta di Berlusconi, di quel tiranno, qualunquista, imbroglione, ladro, mafioso, mediocre, espressione di tutto quello che lui ha sempre combattuto per una vita intera. Mi immagino la Sua faccia, l'espressione di gioia per la fine di quell' esasperante periodo pieno di nervosismo. Ma non si preoccupi Signor Bocca, se Berlusconi é caduto, sappiamo bene, perché ce lo ha insegnato Lei, che i Berlusconiani e tutti quei mediocri sono ancora lí, e ci penseremo noi a continuare per far conoscere la verità ai nostri figli. Addio Signor Bocca, Le voglio bene!!!

sabato 24 dicembre 2011

...E SAPPIAMO TUTTI COME FINÍ !!!


La protesta senza sponde
di Piero Ignazi

C'è una realtà in fermento, scossa da tensioni sempre più ampie e profonde che può sfociare in mobilitazione anti-establishment

La compressione del potere d'acquisto delle famiglie italiane più povere, in larga parte operaie e "precarie", sta sospingendo verso la marginalità sociale un numero crescente di persone. Per molti il futuro si presenta cupo. Questa situazione di ansia e di incertezza produce uno stato di stress favorevole al sorgere di movimenti sociali. Finora, nonostante la nostra tradizione nazionale intessuta di ribellismo, il clima sociale si mantiene abbastanza tranquillo.

Lo sguardo deve scendere dal piano nazionale a quello locale per trovare segni della (in)sofferenza sociale. Contrariamente alle notizie diffuse dai media nazionali, le cronache dei quotidiani e delle tv locali sono piene di fabbriche che chiudono, di attività autonome che falliscono, di disoccupati che crescono. Sembra di vivere in due universi paralleli, senza punti di contatto: da un lato il cloroformio dei TG nazionali, pubblici e privati, e la "distrazione" della grande stampa, dall'altro la presa diretta con una realtà in fermento, scossa da tensioni sociali sempre più ampie e profonde. Finora i sindacati hanno saputo o incanalare la protesta lungo i binari tradizionali - come ha fatto la Cgil - o addirittura convincere i lavoratori che non c'è alternativa al piegare la testa - come hanno fatto Uil e Cisl. Ma i sindacati non rappresentano tutto il mondo del lavoro e men che meno quelle componenti sociali precarie e marginali che rifuggono, per vari motivi, dall'inquadramento sindacale.
È questo il problema dei prossimi mesi. Se il calo costante dell'occupazione, il sempre più intenso sfruttamento imponendo condizioni capestro extra contratto (quelle di Pomigliano sono uno zuccherino al confronto di quanto sta avvenendo un po' dovunque...), la decurtazione dell'orario e/o della retribuzione alla luce del sole e l'esaurimento della risorse della cassa integrazione, si associano alla assoluta mancanza di tutele e di ammortizzatori sociali per i "precari" di ogni genere e tipo, si crea una situazione nuova, difficile da gestire. Nel passato, vi erano attori che sapevano incanalare la protesta, tanto sul versante sindacale quanto su quello politico. Ora la divisione del sindacato e l'inconsistenza politica del Pd lascia la protesta senza sbocchi istituzionali.

Di fronte a questo doppio stallo, prende corpo l'ipotesi di un esplodere delle tensioni sociali. E se così sarà, verrà guidata da componenti sociali diverse da quelle che hanno guidato le mobilitazioni del passato: lavoratori in via di precarizzazione e precari cronici, quadri sindacali di sigle minori e neodisoccupati. Tutti in polemica con partiti e sindacati "ufficiali" per la loro (percepita) passività.
Mentre in Germania, pur orfani del sostegno dell'Spd, i sindacati hanno avuto la capacità di negoziare con grinta e flessibilità nuove condizioni retributive e normative concedendo qui ma ottenendo là, e in Francia si sono mossi secondo la loro tradizione di lunghe e ripetute manifestazioni di massa coinvolgendo un po' tutti, in Italia la voce di coloro che stanno "pagando il prezzo della crisi" non rimbalza nel dibattito nazionale, non diventa un tema centrale. Tra sindacati fragilizzati dalle loro divisioni e dal loro corporativismo e partiti in altre faccende affaccendati, il Pd raggiunge vette sublimi di autolesionismo, quando pudicamente si astrae dai luoghi della protesta, come se il suo elettorato fosse composto principalmente da imprenditori e lavoratori autonomi.

Agendo in maniera così miope sfilaccia ulteriormente i suoi legami storici con la classe operaia e con le componenti sociali più deboli. A questo mondo "afono" di persone sempre più spaventate dal loro futuro si lasciano così due alternative: farsi sedurre da chi offre protezione sotto altre forme e in maniera subliminale - la destra forzaleghista di lotta e di governo - o da chi incita a mobilitazioni più radicali.
Non dobbiamo stupirci allora se, improvvisamente, da un momento all'altro, si diffonderà un movimento sociale di protesta incattivito e aggressivo, e poco controllabile. E, soprattutto, di tipo diverso rispetto al passato: lontano anni luce dal mito della lotta di classe e incline piuttosto alla mobilitazione populista anti-establishment in cui anche il partito egemone della sinistra viene posto sul banco degli accusati.

Commento:
La situazione mi pare perfettamente descritta. E ricorda terribilmente quegli anni '20 del secolo scorso che videro nascere i fascismi. Ne le destre ne le sinistre seppero intercettare la crisi economica ed esistenziale di enormi masse piccolo borghesi e proletarie che vedevano andare in pezzi il loro mondo. Ci fu chi offrì una rassicurante visione alternativa. E sappiamo come finì.


Precari oggi, alla fame da vecchi
di Roberta Carlini

L'Italia coltiva una bomba sociale destinata a esplodere. Quella dei lavoratori 'parasubordinati' e 'flessibili', che quando saranno in età da pensione prenderanno 500 euro al mese. Lo rivela uno studio della Sapienza.

Generazione mille euro, pensione a cinquecento. È una vecchiaia da poveri, quella che attende diverse centinaia di migliaia di lavoratori precari con contratto di collaborazione esclusiva. Quelli che, oltre al rinnovo del contratto e a un lavoro migliore, sognano la "busta arancione" che i loro colleghi svedesi ricevono dallo Stato, con su scritta la probabile pensione futura. Mentre da noi a stento riescono a sapere dall'Inps qual è il montante dei loro contributi: il nostro istituto di previdenza sociale non dà stime sulla pensione di quelli che sono nella "gestione separata", attualmente 800 mila persone. Le dà invece un rapporto commissionato dalla Cgil sulle pensioni dei lavoratori con "carriere fragili", che mette in fila alcune ipotesi generali e alcuni calcoli specifici, su altrettante carriere-tipo, per simulare quella che potrà essere la pensione futura del mondo precario, quando i primi lavoratori, che hanno incominciato a ingrossare le fila dell'esercito degli "atipici" dalla metà degli anni '90, incominceranno a ritirarsi, cioè intorno al 2030-2035.

Sommossa in Rete
Da questa simulazioni, più che una busta arancione viene fuori una busta nera: secondo i dati elaborati nel rapporto da un gruppo di economisti dell'università la Sapienza di Roma, saranno in molti, tra gli attuali precari, a uscire dal mondo del lavoro con una pensione inferiore (e in alcuni casi, di molto) al loro primo reddito. E di poco superiore al livello di sussistenza dell'assegno sociale.
"Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale". La frase è ormai celebre nel mondo dei precari. L'ha pronunciata qualche mese fa il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua davanti a una platea di assicuratori privati ed è subito esplosa in siti, blog, forum della vasta e capillare rete dei lavoratori "para". Poi è stata semismentita, ridimensionata, contestualizzata. Fatto sta che a tutt'oggi, a quindici anni dalla nascita della gestione separata dell'Inps (che conta circa un milione e mezzo di contribuenti attivi, 800 mila dei quali sono "collaboratori esclusivi", dunque vivono solo della loro collaborazione) i parasubordinati sanno ufficialmente assai poco del futuro che li aspetta. Solo nell'autunno scorso sono state spedite - ha annunciato l'Inps - le lettere con l'estratto contributivo di ciascuno. E se ci si collega on line, si può avere l'ammontare dei contributi ma non il calcolo della pensione finora maturata (che i dipendenti invece possono scaricare), né alcuna stima sulla potenziale pensione a 65 anni. I tecnici dell'Inps spiegano che è oggettivamente difficile fare una cifra esatta: come si fa, per esempio, a sapere quanto guadagnerà nei prossimi trent'anni Marianna, che dall'anno scorso è collaboratrice in un grande studio grafico e prende mille euro al mese?
Si possono però fare delle ipotesi: sull'andamento del Pil, dei salari e della carriera individuale del lavoratore interessato. E le ipotesi generali sulle quali si sono basati gli economisti che hanno stilato il rapporto non sono particolarmente nere: si presume che il prodotto intorno lordo cresca dell'1,5 per cento all'anno (in termini reali, cioè depurato dall'inflazione) e che anche i redditi dei parasubordinati seguano lo stesso ritmo. Uno scenario moderatamente ottimista: oggi siamo molto al di sotto, nella crescita annuale del Pil. Bene, cosa succederebbe ai precari nel quadro ipotizzato dal rapporto?

Marianna e Daniele
Facciamo i conti in tasca a Marianna, fresca d'ingresso al lavoro, davanti al suo computer nuovo. Se Marianna continuerà a passare da un contratto di collaborazione a un altro, perdendo nel passaggio un mese all'anno (ipotesi abbastanza frequente, purtroppo) e resterà sul mercato del lavoro fino a 65 anni, quando andrà in pensione, con quarant'anni di contributi, prenderà l'equivalente degli attuali 7.890 euro: e questo perché ha cominciato a lavorare nel 2010, quando erano già in vigore le regole attuali che hanno alzato i contributi al 26 per cento. Daniele, collega di Marianna che però ha cominciato a lavorare nello stesso studio nel 1996, quando i contributi erano più bassi, al momento di andare in pensione - con quarant'anni di contribuzione - prenderà 6.719 euro lordi l'anno. Vale a dire: Daniele nel primo mese di pensione guadagnerà, in termini reali, meno della metà di quanto ha preso al suo primo stipendio, pur avendo sempre lavorato per quarant'anni di seguito. La stessa realtà si può raccontare anche in modo più crudo: all'inizio del suo lavoro, aveva un reddito di poco inferiore a tre volte l'assegno sociale, ossia il livello minimo di assistenza per gli anziani poveri. Alla fine della sua carriera, la sua pensione supererà di poco l'assegno sociale.

Si potrebbe obiettare però che non tutti restano "atipici" per sempre, che un collaboratore può diventare dipendente e migliorare la sua posizione. Non di molto, però. Nelle tabelle si vede cosa succederà in caso di "carriera mista"; cioè se Daniele o Marianna, al quindicesimo anno di contratti di collaborazione, verranno assunti come dipendenti a tempo indeterminato, e supponendo che nelloccasione il loro reddito cresca del 20 per cento. Il primo vedrà salire la sua pensione a 10.180 euro annui (cioè con il potere d'acquisto che ha oggi questa cifra), la seconda a 11.314. Non avranno da scialare, saranno al di sotto del loro salario di inizio carriera e intorno al doppio dell'assegno sociale. E andrà peggio se l'assunzione come lavoratore dipendente arriverà dopo 25 anni di lavoro.

Working poor
Cifre allarmanti. Che inquietano soprattutto per un motivo: non si parla qui di lavoratori marginali, o di gente che entra e esce dal lavoro. Ma di persone che restano sul mercato del lavoro per tutta la vita, con redditi bassi ma con una carriera contributiva costante: i working poor di oggi, i pensionati poverissimi di domani. Che non hanno neanche la possibilità di ricorrere alla previdenza integrativa, visto che con quei redditi è difficile pagarsela. Naturalmente, si può sperare che tutto si aggiusti, che per gli attuali parasubordinati si aprano carriere brillanti, che Marianna e Daniele e i loro colleghi abbiano in pochi anni stipendi quadruplicati e la possibilità di mettere da parte contributi più sostanziosi. Ma vanno anche considerati casi peggiori dei loro: come quelli dei cocopro che stanno adesso ben al di sotto dei mille euro al mese. Alcuni di loro, quando in un improvvisato gazebo fuori dalla sede centrale dell'Inps la Cgil ha fornito simulazioni della pensione futura basate proprio su questi calcoli, se ne sono andati a testa bassa: "Pensavo di prendere poco, ma non così poco", ha commentato Giulio, addetto a un call center, dopo che gli hanno pronosticato una pensione pari agli attuali 350 euro.
Andrà meglio per un precario della ricerca, che forse prima o poi riuscirà a salire in cattedra dopo tutta la trafila: dottorato, assegno di ricerca, posto da ricercatore, passaggio a professore. Alla fine il suo stipendio sarà ottimo, ma la sua pensione no, dato che risentirà del lungo periodo di bassa contribuzione (v. tabella).
Insomma, la situazione è cupa. Anche se il protocollo sul welfare firmato da governo e sindacati nel 2007 ha posto come obiettivo per tutti che la pensione non sia inferiore al 60 per cento dell'ultima retribuzione, molti parasubordinati sanno che per loro quel parametro resterà lontano. Ma un conto è guardare le percentuali, un conto le cifre assolute. Sarà per questo che qui da noi nessuno riceve la busta arancione.

Commento:
Il fenomeno della precarietà colpisce i giovani in tutti i Paesi. Questo, unito agli incentivi a favore della mobilità dei lavoratori all'interno dell'U.E., finisce per creare carriere poco lineari e difficilmente ricostruibili anche per il loro futuro assicurativo e pensionistico. Le politiche sociali - a sostegno - non dovrebbero essere considerate un costo bensì un fattore positivo per la crescita economica in quanto garantiscono accesso ai diritti, coesione sociale e stabilità politica senza le quali nessun progresso economico può essere duraturo. La crisi economica e finanziaria sarebbe stata ben più devastante senza il nostro modello di welfare. Attraverso il "pacchetto Treu" del centro-sx, poi la "legge 30/legge Biagi" del centro-dx, la precarietà, in Italia, divenne regola; la verità è che col sistema contributivo precari e lavoratori parasubordinati - come si chiamano per l'INPS - gli "imprenditori di loro stessi" creati dalle politiche neoliberiste, non avranno la pensione.

Io, padre pieno di dubbi, di Giorgio Bocca

Io, padre pieno di dubbi

di Giorgio Bocca

Ogni giorno mi chiedo se e in che cosa sbaglio con loro, in un dialogo interiore che non avrà mai fine. Eppure qualcosa ho imparato, negli anni: che i legami di famiglia sono gli unici che resistono a tutto.

Penso di continuo, da padre, a come garantire il futuro dei miei figli e nipoti, anche se mi rendo conto benissimo che in certo modo forzo i loro desideri e le loro scelte, che è un sopruso da vecchio. Ma che altro è la famiglia se non quest'intreccio di contraddizioni, di lacci e lacciuoli da cui cerchiamo di scioglierci mentre li stringiamo?
Mi rendo conto di continuo che l'educazione permissiva è un errore, che l'educazione senza verghe non li abitua alle punizioni e ai sacrifici, ma appena sento di genitori duri e aridi compiango i loro figli. Com'è difficile vivere e come è insostituibile vivere anche nei suoi errori. Non la finisco mai di tediare i miei figli e nipoti con la necessità della parsimonia, se non del sacrificio, non cesso mai di ricordargli i vantaggi di un padre lavoratore, risparmiatore, di ricordargli che la presente fortuna è sempre a rischio, che la triste povertà è sempre in agguato. Arrivo all'assurdo di rimproverargli in cuor mio di non aver fatto i sacrifici che giustamente potevano evitare. Di non aver osato e rischiato quando non ne avevano bisogno o quando sarebbe stato un errore osare e rischiare.

So che questo colloquio interiore con figli e nipoti è privo di senso, una copia in falsetto del colloquio interiore che certamente essi hanno con me, ma come sostituirlo, come non rendersi conto che la famiglia è questo e non altro: un eterno compromesso fra gli affetti e il buon senso, fra il buon pater familias e i giovani vitali e istintivi che siamo stati, fra le generazioni che continuano ma cambiano, e questa è la sola labile storia che li unisca, una storia che ci segue e comanda.
I parenti saggi, per dire quelli della mia età che sono saggi finché non danno fuori se non di matto, ma da imprevedibili come tutti siamo, mi ripetono i loro consigli: alla figlia dai troppi soldi, non imparerà mai a vivere del suo, del ragazzo non freni la violenza che ora è voglia di vivere ma potrebbe diventare arroganza o prepotenza.

Hanno ragione, ma a parole, non nella vita come è, ed è la vita com'è che non insegna niente a nessuno, checché ne dicano i libri di scuola, che costringe tutti a ripetere gli stessi errori salvo diventare un tronco d'albero senza più vita. Ora ti frena e ora ti consiglia a non remare contro ai desideri e ai capricci dei figli. Il miracolo della famiglia è di resistere negli anni alle sue contraddizioni, ai confronti dei difetti e dei gusti, di far vivere fianco a fianco per anni persone legate nel sangue ma diversissime in tutto il resto, insomma il miracolo di vincere la noia familiare e di far prevalere i conforti, gli imprevedibili conforti familiari di cui mi sono reso conto negli anni di ferocia che abbiamo chiamato di piombo.

In quegli anni ho visto che gli unici legami che resistevano alla paura e all'odio erano quelli familiari, che gli unici a non ripudiare il figlio terrorista o sbirro erano i parenti, gli unici che incontravi nei parlatori delle carceri o nelle corsie degli ospedali. È la constatazione che a superare le prove supreme della parentela, della comune origine, della comune storia è un legame carnale, un fatto diciamo bestiale più che intellettuale ci richiama al mistero dell'umana esistenza pronta a uccidere per sopravvivere e a morire per solidarietà.

Papi girls, anche Elvira va alla sbarra


di Lirio Abbate
La deputata del Pdl Savino a processo con un'accusa pesante: aver fatto da intermediaria tra la malavita organizzata pugliese e le istituzioni. Una vicenda emersa dopo una retata antimafia a Bari nel 2009

Tutte le strade portano a Bari. Dove sesso, politica e affari sono i pilastri di un sistema di potere vincente. Lo usava Giampaolo Tarantini, piazzando escort nel lettone di palazzo Grazioli e nelle ville dei padroni della sanità pugliese. Lo usano ancora oggi altri imprenditori senza scrupoli che riforniscono di allegra compagnia chi arbitra gli appalti. Ma prima di loro c'è stato un imprenditore, spregiudicato negli affari e nelle conquiste galanti, che è riuscito a creare una scuderia vincente. E a metterla al servizio del più feroce boss della mafia pugliese. Il cervello di queste operazioni che mette insieme piacere, corruzione e riciclaggio è Michele Labellarte, un bancarottiere morto a 48 anni nel settembre 2009, passato dagli investimenti nella new economy a quelli nel mestiere più antico del mondo.

Il suo fascino di playboy gli ha permesso scoperte che poi si sono imposte alla corte di Silvio Berlusconi. A partire da due ragazze che a Roma si sono fatte valere: Elvira Savino, oggi deputata del Pdl, e Sabina Began, una modella slavo-tedesca, famosa come "l'ape regina" intorno a cui ronzavano le ragazze che hanno allietato tante nottate del premier.

Un tempo le due vivevano insieme, dividendo una camera in affitto nella capitale. Poi come in una favola, Elvira ha conosciuto il Cavaliere e nel 2008 è stata eletta in Parlamento. "Non è però stata Sabina a presentarmi Berlusconi. Il fatto che vivessimo entrambe lì è solo un caso", assicura l'onorevole Savino.
In Puglia però ha lasciato pessimi ricordi, peccati di gioventù che rischiano di avere una pesante rilevanza penale. In questi giorni nel Tribunale di Bari si è aperto il processo contro di lei per riciclaggio. L'accusa è semplice: avrebbe fatto da prestanome al clan Parisi, intestandosi uno dei conti usati per ripulire i guadagni della famiglia mafiosa.

Nel 2009, quando una maxiretata decimò la cosca cittadina, la neoparlamentare sembrava intenzionata a farsi interrogare dal pm Elisabetta Pugliese per chiarire la sua posizione. Poi ha preferito tacere e affidarsi a una nota difensiva in cui respinge ogni accusa.

Tutta colpa di Labellarte. Uno che si era lanciato nella bolla informatica di inizio millennio, tra party, società web e pacchi di fatture gonfiate per frodare il fisco. Poi l'arresto e l'amicizia in cella con il padrino più temuto e più ricco di Puglia, che gli affiderà il suo tesoro. I boss, spiega il pm Elisabetta Pugliese ai giudici, "avevano ben capito che dovevano investire il denaro", creando "legami che con il tempo si sono consolidati col mondo imprenditoriale, delle professioni, delle banche, della pubblica amministrazione, insinuandosi nella società civile e inquinandola". La mafia pugliese, dunque, "non è più una questione tra gruppi malavitosi". E il pubblico ministero accusa: "È una questione che coinvolge tutti noi e che deve farci interrogare su quello che possiamo e dobbiamo fare, salvo diventare complici se non tecnicamente almeno moralmente".

A fare breccia nella borghesia provvedeva Labellarte, che tutti conosce e tutto riesce ad ottenere. Ma l'imprenditore dalla tripla vita non può aprire conti a suo nome e così arruola le sue amiche più care. Come Sabina Began, che si sarebbe messa a disposizione per l'intestazione di un altro deposito bancario. Poi lei si trasferisce a Roma, dove incontra Berlusconi e diventa di casa a palazzo Grazioli, dove introduce aspiranti veline, cubiste e accompagnatrici. È con lei che Silvio festeggia la vittoria del 2008 che lo ha riportato a Palazzo Chigi: stando alle cronache, la teneva sulle ginocchia cantando "Malafemmina". Ed esclamava divertito: "Se qualcuno mi facesse ora una foto, varrebbe 100 mila euro". Un anno dopo "il Tempo" scrive: "Sabina Began sfoggia un nuovo tatuaggio sulla caviglia. Una farfalla circondata dalla frase: "L'incontro che ha cambiato la mia vita: S. B.". Che sono le sue iniziali, ma non solo".

Sono le due bellezze venute dal Sud a presentare al Cavaliere amici poco raccomandabili. La Began gli fa conoscere Giampy Tarantini, invitandolo a villa Certosa: l'inizio di un feeling tra l'industriale barese e il capo del governo, testimoniato da decine di telefonate e da schiere di escort convogliate da Bari fino alla capitale. Il matrimonio della Savino, con il premier testimone della sposa, è l'occasione che il brillante riciclatore Labellarte sfrutta per avvicinare il presidente del Consiglio e - secondo alcune testimonianze - conversare a lungo con lui.

Questa capacità di infilarsi ovunque è la forza di Labellarte. Che aveva fornito al clan le relazioni per concretizzare un'operazione senza precedenti: costruire il più grande campus universitario d'Italia, un megaprogetto nel comune barese di Valenzano. L'opera - stando all'inchiesta - sarebbe stata lanciata grazie all'intercessione dell'onorevole Savino. Il suo intervento si rivela prezioso soprattutto per ottenere le "manifestazioni d'interesse" di due ministeri, Istruzione e Sviluppo economico. Di fatto l'inchiesta è come un ascensore in continuo movimento dai sotterranei del crimine ai tetti più alti del potere. Da una telefonata a un incontro, da un prestanome a un nuovo affare, un unico filo finisce per collegare i criminali agli avvocati, i boss ai colletti bianchi, i soldi sporchi alla politica. Come in un domino impazzito, le mosse dei mafiosi provocano ripercussioni che arrivano fino alle stanze del governo, con il ministro Mariastella Gelmini che si trova a raccomandare un maxi-campus segnalato dall'onorevole amica del riciclatore. O dell'opposizione, con il senatore Nicola Latorre del Pd citato da Labellarte come possibile terminale di uno scambio tra "voti" e "accordini".

La morte dell'imprenditore, stroncato da una malattia, tra la paura del boss di vedere sfumare i suoi investimenti, non ha ostacolato le indagini della procura. C'è un filone dell'inchiesta che continua ad andare avanti e a ricostruire i rapporti di potere sotterranei nella capitale della Puglia. Nel mirino ci sono affari benedetti da politici di sinistra. Nel troncone originario restano ancora indagati gli avvocati Gianni Di Cagno, ex componente del Consiglio superiore della magistratura ed ex vicepresidente della provincia di Bari, e Onofrio Sisto: due nomi notissimi in città, entrambi considerati vicini politicamente a Massimo D'Alema. E nella nuova inchiesta di Bari salta fuori ancora una volta il "metodo Tarantini": oltre alle mazzette in denaro c'erano le escort, pronte ad ammorbidire gli uomini di partito.

I boss, B. e il patto segreto


di Lirio Abbate

I soldi di Bontate, i pagamenti a Riina, l'intesa con Dell'Utri, i favori del governo. L'ultima verità di Brusca.

Quattro nomi omessi in 14 anni di pentimento. Taciuti per evitare problemi e garantirsi con il silenzio una rendita futura, per sé e per Cosa nostra. Nomi che ha pronunciato solo ora e che potrebbero riscrivere la storia giudiziaria della nascita della Seconda repubblica: Vito Ciancimino, Nicola Mancino, Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi. Elencati come in una catena di referenti istituzionali nella trattativa che ha permesso ai corleonesi di capitalizzare il risultato delle stragi. A parlarne è Giovanni Brusca, un tempo potente capo della famiglia di San Giuseppe Jato: quello che ha premuto il telecomando per far saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta; quello che ha deciso la morte del piccolo Santino Di Matteo.

E' stato catturato nel 1996. All'inizio ha tentato una manovra per screditare politici e magistrati, ma è stato smascherato. Allora ha fornito una collaborazione ampia: è stato il primo a rivelare "il papello" e la trattativa tra Stato e cosche nel 1992. Ma lo scorso settembre gli inquirenti hanno scoperto che continuava a gestire traffici e ricatti, proteggendo un tesoro accumulato con i crimini. Ora rischia di perdere i benefici e di essere retrocesso da "pentito" a dichiarante. Adesso, di fronte alla possibilità di vedere chiudersi le porte del carcere per sempre, senza più permessi, sostiene di volere raccontare la seconda parte della sua storia criminale. Completando un quadro che era già stato in parte intercettato dalle microspie nella sua cella. E ha rotto il silenzio mirato a «non rendere dichiarazioni su persone che sono state "disponibili" con Cosa nostra».

IL CAVALIERE.
Nei nuovi verbali Brusca parla a lungo di Silvio Berlusconi. Cita i capitali che sarebbero stati investiti da uomini del padrino Stefano Bontate nelle attività imprenditoriali di Berlusconi negli anni Settanta. Brusca dichiara che il fondatore della Fininvest pagava ogni anno a Bontate 600 milioni di lire. Dopo la morte del padrino, ucciso dai corleonesi nel 1981, i versamenti cessano. Allora - spiega il dichiarante - nel 1986 Ignazio Pullarà fa piazzare dell'esplosivo nella cancellata della residenza milanese di Berlusconi. Una missione nascosta a Riina, che si infuria e decide di gestire personalmente i rapporti col Cavaliere. Che - secondo Brusca - dopo la bomba ricomincia a pagare mezzo miliardo, direttamente al capo dei capi. «Poi quando venne ucciso Salvo Lima, mi disse che Ciancimino e Dell'Utri si erano proposti come nuovi referenti per i rapporti con i politici».

Il boss corleonese diffida di Ciancimino, «troppo affezionato a Provenzano», mentre Dell'Utri «era visto come erede di Bontate perché vicino a quest'ultimo». I signori della Cupola però puntano su Dell'Utri, usando come ambasciatori i mafiosi Gaetano Cinà e Raffaele Ganci. Brusca spiega che Ganci riferì a Riina: «Dell'Utri è a disposizione». E sottolinea come nel 1993 il collegamento possibile «con il nuovo movimento politico Forza Italia che sta per nascere passa sempre da Dell'Utri». Un legame cementato con ricatti espliciti: parla di messaggi inoltrati a Berlusconi attraverso Mangano, sostiene che alla fine del 1993 furono minacciate altre bombe come quelle di Roma, Milano e Firenze. «Un modo per metterlo in difficoltà» con il governo che si apprestava a guidare, se non avesse varato leggi in favore di Cosa nostra.

Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi In quel momento Brusca diventa uno dei grandi capi di tutta la mafia e ricorda di avere ricevuto nel 1994 un messaggio da Berlusconi e Dell'Utri che, tramite Mangano, garantivano: «Si sarebbero impegnati a soddisfare le nostre richieste». Le promesse si sarebbero trasformate subito in fatti. Per i pm uno degli esempi concreti è il "decreto salvaladri" varato dal governo Berlusconi nel luglio 1994. A bloccarlo fu il ripensamento dell'allora ministro Roberto Maroni: «Dopo aver parlato con alcuni magistrati in prima linea contro la mafia», disse Maroni, «ho scoperto che questo decreto è diverso da quello che c'era stato prospettato... Ci sono altre parti che complessivamente depotenziano l'azione dello Stato contro la criminalità».

LA FASE DUE.
Secondo Brusca l'intesa con Forza Italia è la fase due di una strategia nata all'indomani di Capaci. Nel luglio 1992 - prima dell'autobomba di via D'Amelio - c'era stato il tentativo di venire a patti con le istituzioni, mediato da Vito Ciancimino. E Brusca ribadisce che il referente ultimo della trattativa era Nicola Mancino, all'epoca ministro dell'Interno e uomo forte della Dc.

L'ex boss ricorda quando Riina gli fece il nome di Mancino come la persona che doveva rispondere alle richieste del "papello". Mette a verbale anche «il disprezzo» di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, che commenta la notizia dei vetri blindati installati per proteggere la casa di Mancino. Nicola Mancino, ex vicepresidente del Csm, ha sempre respinto ogni ipotesi di un suo ruolo nella vicenda.

Zagrebelsky sul Berlusconismo


di Marco Damilano

Parla l'ex presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky

In Italia le leggi ad personam e gli strappi continui del governo Berlusconi sembrano svuotare di senso la Costituzione. Eppure le istituzioni non vengono formalmente toccate e gli italiani continuano a votare ogni anno. La sovranità appartiene al popolo: ma possiamo smettere di essere una democrazia senza neppure accorgercene?

"Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall'interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì", afferma Gustavo Zagrebelsky, docente di Diritto costituzionale a Torino, già presidente della Consulta, che da anni dedica appassionati interventi a questo tema. "Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l'aspirazione di chi voleva essere incluso: l'obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall'astensionismo a quell'atteggiamento, "tanto sono tutti uguali!", che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia".

Perché questo capovolgimento?
"Perché la democrazia possiede una caratteristica meravigliosa, dal punto di vista dei governanti. Prima delle rivoluzioni liberali il re non governava in nome suo ma in nome di Dio. La legittimazione del suo potere era trascendente. Con la secolarizzazione della politica, il potere è stato reso del tutto immanente e chi governa ha dovuto trovare una nuova forma di legittimazione. Chi governa, in democrazia deve giurare di farlo in nome del popolo. Una volta si sarebbe detto: "Non lo faccio per amore mio, ma per amore di Dio". Oggi la formula è stata corretta dai governanti: ciò che essi fanno, lo fanno "per amore del popolo". Anche le leggi ad personam sono proposte e sostenute in nome di interessi generali, non del proprio: la "governabilità", la privacy dei cittadini, la rapidità della giustizia, ecc. Non sono io che lo voglio. Sono i cittadini che lo chiedono. Proclamarsi democratici conviene".

Come si può definire questo nuovo sistema se la regola della democrazia si è invertita?
"La scienza costituzionale e politologica meno ingenua ha preso atto che le difficoltà odierne della democrazia non sono più interpretabili semplicemente alla stregua di "promesse non mantenute", secondo una celebre espressione di Norberto Bobbio: non mantenute ma che rientrano pur sempre nell'orizzonte del possibile, secondo le categorie classiche della democrazia. Bobbio, concludeva la sua analisi amara con un "ciononostante": cioè, malgrado tutto le difficoltà non contraddicono il paradigma, che resta sempre nell'ambito del possibile. Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C'è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l'esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola "democratura", che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche. Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in "teatrocrazia". Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte".

L'Italia di Berlusconi è un laboratorio?
"La particolarità italiana è che questa tendenza politica si è innestata su una concentrazione di potere economico e mediatico che l'espressione "conflitto di interessi" non registra. Proporrei di cambiarla con "sommatoria di interessi" che convergono in una concentrazione personale che nessuna democrazia effettiva potrebbe tollerare. L'Italia di oggi è un sistema oligarchico accentuatamente personalizzato. Non c'è solo Berlusconi. Sarebbe un errore non considerare che attorno a lui si è formato un sistema d'interessi, di gruppi di potere che per ora lo sorreggono ma lo limitano anche. Ma tutto dietro le quinte".

Fatichiamo a usare parole come dittatura e regime, si rischia di banalizzarle. Ma si può fare un paragone tra l'Italia berlusconiana e altri recenti sistemi autoritari? Lo stesso Berlusconi ha evocato la sua somiglianza con Mussolini...
"Rispetto al fascismo ci sono differenze enormi. Non c'è, per fortuna, l'uso della violenza contro gli avversari politici, non c'è il mito della razza né la grandeur nazionalista, non ci sono una politica estera espansionistica e l'idea della guerra come strumento di politica interna. E soprattutto non si vede un progetto, paragonabile non dico per contenuto, ma nemmeno per organicità, a quelli dei regimi quali quelli che lei ha evocato dal passato".

Eppure del berlusconismo si dice che è una visione del mondo. Qual è la sua ideologia?
"Nell'insieme, il berlusconismo a me pare un cortocircuito tra mezzi e fini. Il potere per il potere, il mezzo che diventa un fine. Non c'è un progetto diverso da quello di restare sempre con le vele spiegate al vento, cioè sempre al potere. Il rapporto tra consenso e politiche si è corrotto. Non si cerca consenso per un progetto, ma il progetto è avere consenso. I sondaggi hanno fatto irruzione nella politica. Non è un fatto marginale, ma è un mutamento d'essenza. Sono lo strumento di chi, come una banderuola al vento, cerca di stare comunque nella corrente. Sarebbero il segreto del potere in eterno, se poi non ci fosse la dura replica dei fatti e dei problemi, come quelli che nascono da una crisi economica e sociale, che chiedono ai governanti non di seguire i sondaggi ma di produrre politiche".

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
"La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall'interno".

Come sta reagendo la società civile: gli intellettuali, le forze sociali, le categorie economiche?
"Una società democratica è quella in cui ci sia una tendenziale uguaglianza. Il contrario di quella in cui, diceva Rousseau, c'è chi è così povero da essere costretto a vendersi e chi è così ricco da potersi permettere di comprarlo. Una società democratica è quella in cui la cittadinanza è attiva: cittadini istruiti e informati. Se la società non è democratica, le procedure smettono di produrre democrazia. Più che la casta o la cricca, a preoccupare ci sono i giri di potere in cui bisogna entrare per sentirsi inclusi: protezione in cambio di servigi. Oggi, per difendere la democrazia, è urgente l'istruzione pubblica, contro l'incretinimento di massa. La scuola è trattata come un'appendice, i figli della classe dirigente che vanno a studiare all'estero sono la prova del tradimento che i governanti si assumono, su questo punto, davanti al loro Paese".

Perché un potere che si concepisce senza limiti attacca istituzioni di controllo come magistratura e stampa e risparmia l'opposizione politica?
"Perché, in fondo, anche l'opposizione, volente o nolente, è coinvolta nella stessa logica della maggioranza. Ci sono metodi che, una volta adottati da qualcuno, diventano omnipervasivi. Per esempio, fare politica consultando i sondaggi, significa correre tutti nella stessa direzione. Sono semmai i poteri di controllo quelli che possono andare contro corrente. Per questo, sono quelli più attaccati".

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
"Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di "parole messe per iscritto", quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare".

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
"La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia".